Ultima modifica: 16 dicembre 2015

Il territorio del quartiere Tuscolano

a cura di Piero Tucci, maestro della Scuola primaria G. Cagliero*

Il confine del quartiere Tuscolano corre lungo le mura Aureliane, da porta San Giovanni a porta Maggiore, segue la via Casilina fino a via di Centocelle, segue questa strada fino all’incrocio con via dell’Aeroporto, quindi la stessa via fino ad incrociare la via Tuscolana, prosegue per via del Quadraro, raggiunge così la via Appia Nuova. A questo punto il confine risale tutta la via Appia Nuova fino a tornare a porta San Giovanni.
Il quartiere prende il nome dalla via Tuscolana che rappresenta la spina dorsale del quartiere, ma la ferrovia per Civitavecchia prima, e quella per Napoli poi, la dividono in parti ben separate. Tutto il quartiere fa parte del VII Municipio (già IX – X), tranne la parte che gravita intorno a via di Torpignattara che fa parte del V Municipio.
La storia del quartiere è strettamente collegata alla via Latina e alla via Tuscolana.
La via Tuscolana non è una strada antica ma del Medioevo nata collegando tronchi preesistenti in origine tra loro esistenti. Il nome deriva da Tuscolo, luogo di arrivo della strada, e gli rimane anche dopo la distruzione della città avvenuta nel 1191. La via, che oggi termina a Frascati, ha assunto in epoca moderna tutte le funzioni della via Latina nel collegamento con i Colli Albani. Se anticamente usciva da porta Asinaria, con Gregorio XIII il suo inizio fu spostato a porta San Giovanni. La zona da essa attraversata conservò l’attuale morfologia fino ai primi del Novecento quando il PRG del 1909 inserì il primo tratto della via fino al vallo ferroviario tra le aree edificabili con un sistema di piazze radiali. Il piano regolatore del 1931 incrementò la densità abitativa e portò il limite edificabilc agli stabilimenti di Cinecittà che sorgeranno prima dell’ultima guerra. Negli anni Cinquanta e Sessanta il percorso della via Tuscolana fino agli stabilimenti cinematografici di Cinecittà assunse l’aspetto attuale.
Negli anni dell’antica Roma e dell’impero era una zona agricola, lungo le strade si trovavano e si trovano ancora oggi sepolcri e catacombe. Durante la costruzione di piazza Re di Roma vennero alla luce i resti di una villa romana oggi scomparsa. In via Pescara sono ancora oggi visibili due colombari, nei pressi di villa Fiorelli si trovano le catacombe di San Castulo. Ma l’esempio più evidente di edilizia funeraria della zona sono le tombe della via Latina che si trovano all’interno di un parco pubblico. Anche un mausoleo è presente nella zona, è detto Monte del Grano, è il più grande del suburbio. Un’altra caratteristica della zona era la presenza degli acquedotti, uno in particolare, l’acquedotto il Marcio e il Claudio poi restaurati da Sisto V e quindi ha preso il nome di acquedotto Felice.
Nel medioevo la torre del Fiscale, era uno dei punti di controllo della via Latina. Nel complesso rimase una zona a vocazione agricola. Nel 1122 papa Callisto II condusse l’acqua Mariana a Roma, dopo tanti secoli si portava a Roma dell’acqua (degli 11 acquedotti romani rimaneva in funzione solo l’acquedotto Vergine, bisognerà aspettare il 1587 per vedere la costruzione di un altro acquedotto detto Felice). Proveniente da Squarciarelli e dalla fonte La Preziosa tra Marino e Grottaferrata, cioè le stesse acque della Tepula e la Julia, vennero distolte dal loro percorso naturale verso l’Aniene, passava per Morena dove ancora esiste una torre detta dell’Acqua Sotterra, attraverso condutture raggiungevano porta Furba ridiventando un canale scoperto (meglio nella Tenuta di Roma Vecchia dove formava un laghetto visibile fino agli anni Trenta; in pratica era sotterranea solo per 940 metri, dove fu utilizzato il condotto dell’Acquedotto di Claudio). Siccome attraversava Lager Marianus prese il nome di Mariana. Dopo porta Furba seguiva gli acquedotti, quindi la depressione della via Tuscolana, porta Asinaria, seguiva le mura, entrava da porta Metronia, Circo Massimo e si gettava nel Tevere presso l’Isola Tiberina un po’ più a valle della Cloaca Massima (si apre nel muraglione di lungotevere Aventino un arco a blocchetti di tufo, è l’acqua Marina). Un fontanile era posto davanti a porta Asinaria, mulini sono documentati nell’attuale via Nocera Umbra, davanti a porta San Giovanni (Mola della Porta, attivo fino all’Ottocento), nell’attuale via Sannio. Il passaggio del fosso dell’Acqua Mariana contribuì a rendere fertili i campi e offrire acqua potabile a chi vi risiedeva. Dopo il 1870 il corso fu convogliato nel collettore alto sinistro pur restando a futura memoria l’aco tufaceo dell’antico sbocco. Una inondazione nella zona di porta Furba nel 1934 fu determinante per una graduale cancellazione della sua esistenza. Finì prima nel collettore della via Tuscolana, poi nel 1957 nel fiume Almone poco oltre il casale di Roma Vecchia nel parco degli Acquedotti. Nel 1971 straripò nella Tenuta Torlonia di Roma Vecchia, fu l’ultimo ruggito di un leone in gabbia1. Nel Medioevo la zona compresa tra le attuali piazza Tuscolo – piazza Re di Roma e via Taranto era chiamata Trepiccione, il nome deriverebbe da tre immagini sacre postelungo la viabilità principale (Tre pizzi). Un fontanile di Callisto II posto all’inizio della via Tuscolana (attuale piazza Sulmona) fece chiamare la chiesa “San Giacomo in lago”, documentata dal sec. XIII). Alla fine del Cinquecento vi fu l’apertura di via Appia Nuova (Porta San Giovanni nel 1574) che sostituì la via Latina per il traffico proveniente dai Castelli Romani. Viste le cattive condizioni dell’ultimo tratto di via Tuscolana, papa Urbano Vili, nel 1635, riadattò al traffico normale una strada usata per il trasporto di pozzolana dalle cave di quella zona, questa è l’attuale via delle Cave.
Intorno alla metà dell’Ottocento viene tracciata la linea ferroviaria per Frascati e quella di raccordo con la stazione di Porta Portese per la ferrovia proveniente da Civitavecchia, negli stessi anni sorge la stazione di smistamente Tuscolana (odierna stazione Tuscolana).
Con il 1870 e la forte espansione urbanistica dovuta alle nuove funzioni di capitale d’Italia, molti immigrati dalle campagne del Lazio e dell’Abruzzo si riversano in città per fare i manovali. Molti di questi vanno a vivere in via del Madrione costruendo povere case lungo le arcate dell’acquedotto e al Quadrare, dove le casette sono più dignitose, presentano intorno a se dei piccoli orti. L’urbanizzazione fuori le mura era promossa da alcune facilitazioni: minor costo dei terreni, la vicinanza alle cave di tufo e pozzolana e alle fornaci, l’esenzione dal pagamento del dazio che corrispondeva alle mura Aureliane. Inoltre la legge del 1878 per la bonifica dell’agro romanoper cui chi costruiva fuori le mura equivaleva a bonificare i terreni con conseguente possibilità di prestiti a basso tasso d’interesse ed esenzioni fiscali. Nei primi anni del Novecento inizia l’urbanizzazione della fascia del quartiere che arriva al vallo ferroviario (il piano regolatore di Edmondo Sanjust del 1909 prevedeva l’urbanizzazione fino a questo punto). Sorge la prima parrocchia fuori le mura: la chiesa di Ognissanti in via Appia Nuova. Il piano regolatore voluto dal sindaco Nathan prevede un sistema radiale di strade, intensivi e villini nella zona di villa Lais.
Tra prima e seconda guerra mondiale inizia l’edificazione della zona compresa tra la ferrovia e via delle Cave. Nel 1921 una delibera comunale sanciva la nascita del quartiere Tuseolano nei confini attuali. Vi sono importanti e pregevoli interventi dell’ICP a piazza Tuscolo, via Taranto e all’Alberane. In quegli anni sorgono nella zona alcune grandi industrie, un nome per tutti, la FATME tra via Appia Nuova e via Arrigo Davila, che era ed è ancora oggi la più grande fabbrica romana (anche se oggi si trova sulla via Anagnina (Romanina). Dai primi del Novecento agli anni Trenta si ebbe l’insediamento di molte industrie oltre la stazione Tuscolana e lungo il rivo dell’Acqua Mariana: i mulini Natalini, la Sigma per la produzione di oggetti di gomma, la Motor per la costruzione di macchine, gli stabilimenti Pirelli, la Montecatini produceva concimi e prodotti chimici, insetticidi e manufatti per la lavorazione dei metalli, i mulini e panifici dei fratelli Lais. Nel primo tratto della via Appia, prima della diffusione della motorizzazione erano attività artigianali legate al trasporto dei carri, officine di facocchi e ferracocchi, rispettivamente fabbricanti e riparatori di carri e carrozze. Il PRG del 1931 prevedeva la cementificazione anche all’interno della Caffarella.
Gli anni del dopoguerra sono quelli dell’urbanizzazione selvaggia, si costruisce in maniera speculativa, nel quartiere prevalgono gli edifici intensivi, di dieci piani. Una lodevole eccezione è il quartiere INA Casa Tuscolano con un interessante sperimentazione di Adalberto Libera nell’Unità di Abitazione Orizzontale. Bisogna aspettare gli anni Settanta perché scompaiano i borghetti al Mandrione, all’Arco di Travertino e il Borghetto Latino (anche il borghetto nell’attuale parco degli Acquedotti). Nel 1980 apre la metro A che migliora i collegamenti con il centro storico. In quegli anni aprono al pubblico villa Lazzaroni e villa Lais, unici polmoni verdi del quartiere. Negli anni Novanta molte piazze sono state riqualificate (piazza Lodi, piazza Ragusa, largo Michele Unia, piazza Santa Maria Ausiliatrice). Il 29 giugno 2015 è prevista l’apertura della stazione Lodi della metro C che a metà 2016 arriverà a piazzale Appio.

Fosso dell’Acqua Mariana. Tutte le notizie da: www.quartiere-morena.it: Claudio Rendina, Quell’antico fosso chiamato Marrana, da la Repubblica, cronaca di Roma del 6 marzo 2005; da: AA.W. I quartieri e i rioni di Roma, Newton, 1989. Da notare come dal Medioevo e fino agli anni Sessanta sia esistito un organismo di gestione delle acque all’inizio appartenente alla Basilica di San Giovanni, dall’ Ottocento trasformatosi in Consorzio di gestione autonomo. Ciò a testimonianza dell’importanza economica del fosso.

* In occasione della festa per i primi 70 anni della Scuola primaria G. Cagliero