Ultima modifica: 4 agosto 2015

Il quatiere Tuscolano negli anni ’30

a cura di Piero Tucci, maestro della Scuola primaria G. Cagliero*

La scuola Giovanni Cagliero si trova nel quartiere Tuscolano di Roma e fa parte del VII Municipio. Nel 1936, quando la scuola fu inaugurata, tutto intorno era aperta campagna, c’era la via Tuscolana la via Appia e la via delle Cave che avevano la larghezza di una sola corsia. La città arrivava all’ Alberone con la piazza intorno alla quercia, le case dell’Istituto Case Popolari e il deposito dei tram dei Castelli.
Fra le poche case costruite c’era – e c’è ancora oggi – il “palazzone” di via delle Cave n. 91 sullo stesso lato della scuola dove oggi c’è la pizzeria “Baraonda”, tutti lo chiamavano così perché era alto dieci piani e svettava solitario nella campagna. Secondo la testimonianza degli abitanti del quartiere tale “palazzone” fu costruito per i tranvieri nel 1934 (ntervista al sig. G. che è nato nel palazzo e ancora vi abita). Sull’altro lato di via delle Cave era campagna e alcuni “smorzi” cioè luoghi dove si vendeva la calce ottenuta dalla pozzolana estratta nelle vicine cave (da intervista ad A.R.).
Nello stesso anno in cui veniva inaugurata la Cagliero si ebbe la consacrazione della parrocchia, la chiesa di Santa Maria Ausiliatrice. Tra questa chiesa e la via Appia c’erano i cantieri di alcuni palazzi in costruzione. Le strade avevano spesso “montarozzi” (intervista a C. P.), la Tuscolana, costeggiando alla Cagliero aveva un dosso alto circa cinque metri (intervista a A. R.).
Davanti alla scuola passava il tram dei Castelli, questo partiva dalla stazione Termini, percorreva l’Appia, via delle Cave, la Tuscolana e giungeva fino a Grottaferrata. Questo tram di colore bianco e blu era della società Stefer, nel 1903 venne inaugurato il tratto da porta San Giovanni a via delle Cave, tra il 1909 e il 1916 venne completato ( da rivista “Trentagiomi” n. 12, Federico Marazzi).
Eravamo allora alla periferia di Roma, dopo la scuola c’era solo campagna, lungo l’Appia e la Tuscolana si incontravano delle osterie dove le famiglie potevano andare nei giorni di festa a mangiare i cibi preparati a casa, in cambio compravano acqua e vino. Ancora è rimasto vivo il ricordo di queste osterie fra gli anziani del quartiere. Si mangiavano pomodori con il riso, le patate, la frittata con patate e cipolle (non c’era l’uovo!), sarde e alici se si voleva il pesce. Per pane c’erano le ciriole, un tipo di pane a forma di sfilatino ma lungo un palmo scarso. Per dolce pane bagnato col vino e zucchero. In queste occasioni si mangiavano le carrube, i tuderi, cioè le pannocchie bollite o arrostite. Il tutto accompagnato da abbondante vino dei Castelli. Da intervista a F. C.. All’inizio di via delle Cave ad angolo con via Appia c’erano due osterie: Bellavista (dove ora è la B.N.L.) e Belvedere (dove ora c’è la Ford) da intervista a L. T.. All’Alberone c’era, e c’è tutt’oggi, 1’ osteria del Bersagliere. Su via Appia, di fronte a villa Lazzaroni c’era 1’ osteria Remo che fu centro di attività antifascista durante l’ultima guerra, fu frequentata dai personaggi più in vista della resistenza romana: Luigi Longo, Giorgio Amendola, Carlo Salinari, Antonllo Trombadori, Carla Capponi. In via delle Cave c’era Scarpone, più “in”, frequentata da pittori e commercianti. In via Cesare Baronio c’era il Sambuco, l’Incannucciata in via Dino Compagni. Sull’Appia, uscendo da Roma, c’era – e c’è ancora oggi – l’osteria Grappasonni al bivio con l’Acqua Santa, il Paradiso Terrestre alle Capannelle (Tutte le notizie delle osterie dalla rivista mensile Trentagiomi n. 1 anno 1980, articoli a firma di Ottavio Bigiaretti). Alla Galleria d’Arte Moderna di Roma ci sono due quadri che potrebbe essere stati dipinti nella zona e rendono bene l’idea di quello che doveva essere una giornata in osteria con la famiglia, i parenti o gli amici (Di Enrico Lionne “Fuori Porta San
Giovanni” del 1911 e “Gli sperduti”, del 1912). Quella intorno ed oltre la scuola era una campagna molto bella, l’acquedotto Felice e altri ruderi dell’antica Roma, rendevano il paesaggio molto suggestivo, diversi pittori venivano qui a dipingere da tutta Europa, basta andare al museo di Roma in Trastevere dove ci sono i quadri di molti pittori tra i quali quelli di Franz – di fine Ottocento – che ha reso immortali molti luoghi di Roma e della sua campagna.
La via Appia, uscendo da Roma, dopo l’incrocio con via delle Cave, proseguiva dove ora c’è via dei Cessati Spiriti. Il casolare da tanti anni in abbandono ospitava un’altra osteria, poco dopo sulla sinistra c’era il Velodromo Appio. Costruito nel 1911 per il 50° dell’unità d’Italia, ospitava gare ciclistiche su pista e l’arrivo di gare su strada. Aveva un tribuna coperta con sotto gli spogliatoi e gradinate che potevano ospitare forse 3 – 4.000 persone. Al centro vi era un campo di calcio, intorno la pista con curve molto ripide, “sembrava una ciotola lasciata sul prato”. Vicino vi era l’osteria di Scarpone con un campo di fave. I giovani venivano a sostenere gli atleti di Roma, i ciclisti Lazzaretti e Frascarelli. Gli anziani ricordano ancora quando nel dopoguerra arrivò Fausto Coppi, tale fu la ressa che il campionissimo dovette rifugiarsi nella salsamenteria Fiorucci posta all’angolo tra via Appia e via S. Maria Ausiliatrice detta il “bottegone”. Sul campo di calcio negli anni ’20 si allenava la squadra di calcio Roma, poi andava a giocare le partite di campionato a Testaccio. Si allenarono lì anche squadre minori: la Stefer, la Mater (allenata da Fulvio Bernardini), la Chinotto Neri. Prima delle Olimpiadi del 1960 la struttura fu abbattuta. Notizie da rivista Trentagiomi n. 15, articolo a firma di Ottavio Bigiaretti. Da interviste a: Americo Raoli e sig. Genovese.
Proseguendo sull’Appia si incontrava il Parco delle Tombe Latine che era aperto al pubblico e meta dei “fagottari” nella bella stagione (Bigiaretti). Poco oltre era il bivio dell’Acqua Santa, la via dell’Almone era poco più di un sentiero, arrivati alla fonte si poteva attingere liberamente, sulla strada c’erano alcuni uomini detti “acquasantari” che portavano l’acqua nelle case per pochi spicci. Più avanti i campi da golf dell’Acqua Santa, oltre tutta campagna fino alle case di bonifica dello Statuario (che si vedono ancora oggi sulla sinistra) e l’impianto liberty dell’ippodromo delle Capannelle.
Percorrendo invece la Tuscolana, dopo la scuola, la tranvia dei Castelli passava sulla sinistra della strada. Prima di incrociare la via dell’Arco di Travertino saliva in cavalcavia per scavalcare la strada e una piccola linea ferroviaria che si dipartiva dalla ferrovia Roma Napoli (quella che c’è ancora oggi parallela al Mandrione) e andava verso l’Appia, forse aveva scopi militari perché doveva giungere alla caserma dell’Acqua Santa presso via Appia Pignatelli (questa caserma c’è ancora oggi). Intervista a Nicola Tucci e carta di Roma del 1930 dell’Istituto Geografico De Agostini. La via Tuscolana passava sotto Porta Furba (voluta da Sisto V nel 1585 con fontana del 1733 di Clemente XII). Vicino alla fontana ha inizio via del Mandrione forse così chiamata per la presenza di mandrie. Fin da quando Roma divenne capitale d’Italia (1870) molta povera gente proveniente dalle campagne laziali, abruzzesi e dal meridione, vennero a Roma per lavorare nei grandi cantieri edili resisi necessari per costruire gli edifici pubblici e i nuovi quartieri come l’Esquilino. Molti di costoro trovarono riparo addossando modeste casupole agli archi dell’acquedotto Felice. Insieme a loro gli zingari, ancora oggi c’è traccia delle maioliche di queste modeste abitazioni se si percorre via del Mandrione. Dopo Porta Furba la Tuscolana superava la ferrovia Roma Napoli e percorreva la discesa del Quadraro. In fondo alla discesa sulla sinistra povere case con orto di edili formavano il quartiere del Quadraro, ancora oggi una croce in ferro ricorda i morti della prima guerra mondiale del quartiere. Più avanti sulla destra poche e povere casette chiamate Cecafumo. Quindi tutta campagna fino agli stabilimenti cinematografici di Cinecittà e l’Istituto Luce costruiti un anno dopo la Cagliero (1937).
Abbiamo raccolto la testimonianza di persone che ricordano i propri nonni prendere il tram dei Castelli con il fucile in spalla, scendere a Cinecittà e andare a caccia nei campi oltre gli stabilimenti cinematografici negli anni immediatamente precedenti la guerra. Questo ci dà la dimensione di come è cambiata, e in poco tempo, la vita di questa parte di Roma. Intervista a Carlo Tucci.
Alcune importanti industrie caratterizzavano il quartiere. All’incrocio tra via Appia e via Botero, dove oggi c’è la Banca di Roma c’era la Fatme. una fabbrica di telefonia. Sulla Tuscolana, all’altezza del sottopasso ferroviario c’era la Montecatini, una fabbrica chimica (dalle piante topografiche del tempo vediamo che addirittura un binario si staccava dalla stazione Tuscolana per entrare nella fabbrica); sulla via Appia tra il cinema Maestoso e villa Lazzaroni c’era il deposito dei tram per i Castelli nel quale lavoravano molti operai, in questi giorni lo stanno demolendo, sarà sostituito da un mercato e centro commerciale, in via Gino Capponi c’era – e c’è ancora oggi – il Poligrafico dello Stato per la produzione di banconote, sempre in via Gino Capponi angolo piazza Lazzaro Papi c’era la Mater, fabbrica metalmeccanica ed elettrica. Nella zona di via Assisi c’era la fabbrica di lampadine Coppola, alcuni pastifici, lo zuccherificio Eridania, oggi supermercato Conad, e l’industria farmaceutica Angelici, quest’ultima c’è ancora in via Nocera Umbra e sta realizzando al suo interno una piazza che aprirà al pubblico. Tra via Latina e via Siria c’era la Scalerà Film/TITANUS, in via Mondovì, davanti alla scuola elementare Garibaldi c’era la Palatino Film, in circonvallazione Appia c’era la pasta Bettini, in via Casilina (Porta Maggiore) la pasta Pantanella.
(Tutte le informazioni sulle industrie presenti nel quartiere da: “I rioni e i quartieri di Roma” ed. Newton Compton, da Staffieri “Invito al Mandrione” ed. Palombi, dalla rivista mensile Trentagiomi articoli di Ottavio Bigiaretti, e da interviste a Luigi Tucci, Rosaria Turco, sig. fibecffindusione possiamo affermare che era una zona ad alta contrazione operaia.